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Minime impressioni dell'uomo meccanico

21 luglio 2007

La lettone

L’itinerario si era fatto difficile, in una maniacale
triangolazione di spettri erotici, anche se precipitava
nella sua guida salda il treno, sollevando ai lati
costoni di pietra e pascoli, trame di cavi e pali.

La bellezza della lettone era dapprima sommessa,
quando s’infilò nel sedile adiacente, i seni
invisibili in bombature sghembe di maglia
e braccia coperte, seppure lancinava quella striscia
di carne nuda, in cui pulsava ignara la cicatrice
ombelicale, ma poi si fece incombente, minacciosa
quella bocca carnosa, quasi cubana, il latte della pelle
appena intorbidato, e le iridi a coltello
che ad ogni sguardo mi segavano lente
lo stomaco, una miscela di grigi,
punti di ruggine, e verdi insabbiati.

Vidi anche, dalla cinta lasca dei jeans, la base
della schiena, e più sotto l’orlo delle mutande
perlate e color carne, in un precipizio
di cattivo gusto, odor di sangue, e brama.
La lettone era bella come una brasiliana,
ma più bassa, e calcolatrice, con uno sguardo
vitreo che ammazzava ogni arroganza,
e a diciannove anni si vantava, come una regina
di Saba, di aver fatto tutto, pianoforte
dodici anni, e sei di danza, e le quattro lingue,
lettone, russo, tedesco, inglese, più un italiano
senza articoli, e un futuro professionale
radioso, di modella e attrice. Era stata persino
volontaria nella croce verde, aveva raccolto
qualche moribondo, rimboccato le coperte
ai vecchi.

Il nasino della lettone, di Tania, era come sbalzato
sui lati, con piccoli rilievi lussuriosi, e altrimenti
affilato come una lama, e i denti potevano maciullare
i sogni di un uomo come pasta sfoglia.
Ma poi c’era l’altra regina:
africana, giovanissima,
che mi fissava inespressiva, immersa
in una buia, oceanica tristezza. Non scambiò
parola col suo uomo
per sette ore di viaggio. Attonita, enigmatica
fissava me che le stavo di fronte, come io e non lei
fossi un idolo insensato e ipnotico. Una sola
volta sedendosi al suo fianco
l’accompagnatore disse: “Sorry”,
e mai più parlarono, né incrociarono gli sguardi.
Il bretone con enormi e ricurvi pollici
teneva banco, vantava vita agreste
fra tossici e alcolisti, con i quali
strigliava cavalli e preparava forme di formaggio.

Faceva ombra col suo parlare fitto
a minuziose mie allucinazioni carnali:
in quell’abbaglio tacevo,
desiderando un corpo doppio
per risalire scalzo nelle loro bocche
regali e come tenero frutto
farmi interamente ingoiare.


Andrea Inglese